

chi sono
versione breve:
cristina alaimo. 28 anni, nata a palermo, nomade: manager
culturale sempre più orientata sulle politiche. due lauree, un
libro, alcuni pregevoli articoli, una serie di progetti. momentaneamente
sono in campagna elettorale. da domenica 14 ottobre faccio parte dell’assemblea
regionale del partito democratico.
versione ass.
alumni:
ha un nome cristiano e un cognome arabo (al-alam: la fonte) che spiegano
personalità (e città). Palermitana contraddittoria è storica dell’arte
(grazie a una permanenza a Roma) progettista culturale (Torino) e gallerista
(Palermo). In realtà da quattro anni lavora sulle politiche culturali
con un istituto di ricerca di gesuiti (l’unica organizzazione culturale
che conosce attiva da più di quattrocento anni), in ambito politico (ma
sottotraccia), con dei progetti (es. in Iran). Scrive molto (ha pubblicato
un libro, su un blog che si chiama rosalio come la santuzza al maschile
perché blog è maschile, articoli, progetti). È la nuova presidente dell’associazione
e per il futuro vorrebbe fare la presidente dell’associazione, imparare
l’arabo, aprire una società, sposarsi, fare politica, andare a mare
(ma non per forza in quest’ordine). Grazie a tutti quelli che mi
hanno votato.
versione rosalio:
è nata a Palermo il 30 maggio del 1979, è gemelli ascendente vergine.
Si è laureata alla Sapienza di Roma in Storia dell’Arte Contemporanea
nel 2002, ha preso un Master in management della cultura alla Fondazione
Fitzcarraldo di Torino nel 2003, un paio di borse di ricerca all’Istituto
Arrupe di Palermo nel 2003 e 2004.
Si occupa di leggere di tutto, ascoltare musica (ha un amore sviscerato
per Franco Battiato), scrivere (moleskine, ormai saranno una cinquantina),
girare per mostre, curiosare per le vie della cultura mediorientale.
[...]
Segni particolari: donnina di buona volontà, viaggia un sacco, occhiali
da vista rossi, beve martini bianco, con ghiaccio e una fetta di arancia.
e ancora…versione bene
comune.net
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| Politiche
culturali Introduzione Il cambiamento nella politica culturale in atto oggi, in Sicilia, consiste essenzialmente in un vertiginoso aumento delle proposte temporanee, senza l'adeguamento all'accesso simbolico e fisico al bene, rischia una sostanziale ripetizione della storia conosciuta, non consentendo ricadute sullo sviluppo né aumenti stabili nei flussi di consumo. I dati raccolti sui consumi culturali dalla prima indagine Eurispes palesano il generale distacco negativo della Regione Siciliana nei confronti del resto della Nazione, in tutti i settori. Ciò è parzialmente giustificabile nell'ottica della storia delle politiche culturali in Sicilia e dei più generali indici economici ed occupazionali e risulta rafforzato dall'assenza di stabilità delle stesse politiche culturali, dato rilevante soprattutto nel settore contemporaneo. La situazione di Palermo è caratterizzata dalla presenza di ingenti risorse culturali che le carenze organizzative e l'assenza di una programmazione di lungo periodo hanno portato alla dispersione. Alla situazione organizzativa si sommano problemi più generali legati all'immateriale, come per esempio la mancanza di una coscienza collettiva in grado di percepire la cosa pubblica (e quindi anche i beni culturali materiali e immateriali) come appartenente alla sfera del sé, nel senso sia di partecipazione che di condivisione, la base, cioè, su cui poter innestare processi di fruizione di senso e percezione dell'identità collettiva. Una nuova politica culturale distrettuale – intesa soprattutto come rete di conoscenza – sarebbe in grado di portare, in Sicilia, grandi benefici. Resta da comprendere fino a che punto risulta possibile indurre un distretto in una realtà sprovvista di mercato e politica culturale stabile e di una consapevolezza diffusa. Attualmente è in fase di completamento lo studio di fattibilità per il Distretto della Provincia di Palermo promosso dalla Fondazione Banco di Sicilia e attuato dal Consorzio Civita; i paragrafi che seguono descrivono in che modo si è sviluppato fin qui il lavoro del Consorzio, quali le potenzialità del progetto, il ruolo cui è chiamata la Fondazione promotrice e quali meccanismi potrà essere in grado di mettere in moto l'operazione all'interno della situazione culturale odierna. (…) “Economia della Cultura”, rivista trimestrale dell’associazione Economia della Cultura, edizioni Il Mulino, Bologna, anno XV, n°2/2005, pp. 265-272. Abstract Il presente lavoro nasce dall’esigenza di capire,alla luce dei recenti cambiamenti del panorama socio-culturale globale, quali possibilità ha lo sviluppo delle politiche della cultura per il nostro Paese, intendendo come politiche della cultura le misure messe in atto dai Governi per garantire tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, gestione delle risorse materiali e immateriali, ricerca e produzione nei settori culturali. Nella prima parte si sintetizzeranno le politiche attuate negli ultimi anni dal Governo Berlusconi, le tendenze che emergono dalle recenti riforme, gli indirizzi di governance per la cultura. L’analisi consentirà di evidenziare alcuni punti critici che, confrontati con la tradizione di tutela riassunta dall’articolo 9 della Costituzione e con le nuove teorie di politica culturale, costituiranno la seconda parte dello scritto. Queste riflessioni offriranno alcuni spunti per delineare un «modello Italia», una possibile via alternativa di politica culturale sostenibile e in grado di concorrere efficacemente alla formulazione di un nuovo quadro di sviluppo del Paese. (…) “Aggiornamenti Sociali”, rivista nazionale dei Gesuiti, diretta da p. Bartolomeo Sorge s.j., n°7-8, luglio-agosto 2006, pp. 582-591. Premessa Alcuni recenti avvenimenti di politica internazionale hanno mutato i rapporti di forza all'interno dell'area mediorientale, rendendo la situazione maggiormente complessa e favorendo da parte della collettività la presa di coscienza di un mondo diviso in due: due blocchi culturali e politici contrapposti, due visioni culturali alternative incapaci di coesistere. Ci si trova alle prese con un presente in cui non è consentito più alcun margine d'errore e bisogna ricostruire le relazioni con nuove strategie. Uno dei paesi con cui si manifesta l'esigenza di ritessere relazioni è la Repubblica islamica dell'Iran che nel mutato scenario si affaccia come una delle maggiori potenze, sia per le sue risorse materiali che per quelle immateriali (soprattutto culturali), sia per la sua posizione geografica e politica (al confine con la «nuova» Asia). (…) Bastano questi pochi dati per far intuire la stratificazione culturale che conferisce al paese e alla sua popolazione una complessità di cui gli avvenimenti politici recenti sono solo un riflesso parziale. I recenti processi culturali (e quindi quelli politico-sociali) non sono di facile lettura ma certamente hanno a che fare con questioni strettamente connesse all'identità. Lo scrittore iraniano Afshin Molavi per definire il suo popolo cita la frase di un amico psicologo: «non sappiamo con certezza chi siamo e ogni pochi anni qualcuno si fa avanti per definirci. Una metà del paese concorda con quella persona e sventola opuscoli sulla vera identità iraniana, l'altra metà non è d'accordo e scrive altri opuscoli per definire un'identità alternativa» (Molavi 2005, pp. 162-163). La contemporaneità non è un fenomeno ascrivibile ad una singola area (al contrario di quanto si tende a pensare) ma investe tutti, e quella delle identità possibili è una delle questioni più rilevanti della contemporaneità anche in Iran. Progettare un nuovo tipo di relazioni vuol dire individuare percorsi di cooperazione culturale che tengano conto delle nuove sfide e su queste si innestino con la capacità di elaborare strategie diverse per sperimentarsi; significa essenzialmente ripartire da politiche culturali che lavorino sui simboli e sui significati delle reciproche identità e su come esse confliggano e dialoghino (Morelli, 2006). (…) “Economia della Cultura”, rivista trimestrale dell’associazione Economia della Cultura, edizioni Il Mulino, Bologna, anno XVII, n°2/2007, pp. 237-243. Contributo videoregistrato per il convegno Eresia dell’innovazione. Consapevolezza dell’innovazione, in “Dialoghi” III edizione, ERT (Emilia Romagna Teatro) ETI (Ente Teatrale Italiano), Teatro Storchi, Modena, 12 ottobre 2007 Oltre il pensiero retto Pensare significa oltrepassare [E. Bloch] Eresia viene dal greco e significa scelta (dal verbo aireomai = afferro, prendo) eretico è chi proclama con forza il possesso di qualcosa. Mi chiedo che cosa possa significare scegliere l’innovazione, intraprendere una pensiero “obliquo” contro l’ortodossia (dal greco ortho = retto e doxa = pensiero) della realtà presente. E per una serie di circostanze fortuite arrivo sul portale dell’innovazione dell’Europa “programma quadro per la competitività e l’innovazione” che a fronte dei “soliti contenuti” di direttive economiche per le imprese muove – inconsapevolmente – ben altro: si chiama Cordis che in latino significa cuore. È questa la strada della innovazione. Bisogna ricominciare a parlare il linguaggio del cuore che non significa fiori e buoni sentimenti tutt’altro, significa ridare un senso condiviso a valori e simboli che sono gli unici capaci di portare la forza d’animo (individuale e collettivo) necessaria alle scelte di trasformazione efficace e duratura. La cultura è un dispositivo simbolico l’unico mondo capace di produrre e comunicare simboli e significati validi di per sé e sempre. Che tipo di società viviamo oggi? “Cosa succede quando la crisi non è più l’eccezione alla regola ma la regola nella nostra società? ”. Significa che bisogna sforzarsi di riportare l’attenzione delle persone dalla crisi a oltre la crisi. (…) L’atteggiamento di rassegnazione coinvolge tutti: appiattisce la cultura “debole” al raggiungimento del finanziamento pubblico, disperde la creatività e la forza dei giovani in una corsa continua verso una meta che non esiste, polverizza la risorsa più grande, l’aggregazione, in un clima di sfiducia verso l’altro. Per le giovani generazioni i pericoli di tutto ciò sono enormi. (…) La disoccupazione cala perché i disoccupati – soprattutto giovani – rinunciano a cercare un posto di lavoro. Nessuno si allarma. Eppure una frase del genere dovrebbe portare all’amara costatazione della “rinuncia” come trend giovanile e ad una conseguente riflessione sulla complessità dei motivi dell’assenza dei giovani dalla politica. Se i giovani rinunciano alla ricerca del lavoro (diritto fondamentale su cui si fonda la nostra Repubblica) come si può chiedere loro di partecipare allo sviluppo del Bene Comune, quello sì sparito da ogni dibattito e considerazione? Come si può chiedere loro di fare la parte degli innovatori? Il disagio collettivo di una (e più) generazioni deve essere affrontato a livello collettivo e va affrontato come disagio culturale. I sentimenti che animano l’inconscio collettivo: l’insicurezza, la precarietà, l’impotenza sono le leve della prima e più importante trasformazione essenziale per il cambiamento. (…) “La fiducia è stata bandita dal luogo dove ha dimorato per la maggior parte della vita moderna. Ora vaga qua e là alla ricerca di nuovi approdi, ma nessuna delle alternative a disposizione è riuscita fino ad ora a eguagliare la solidità e l’apparente naturalezza dello stato moderno ”. Oggi esistono le comunità e le città e in tutte, nelle dinamiche di contrattazione sociale tra il vecchio e il nuovo, il nuovo è percepito dai più come pericolo. Soprattutto nel momento in cui diventa inevitabile il conflitto si preferisce abdicare, delegare, affidare ad altri. Ci si rifugia nel privato, nell’assoluto disinteresse per le sorti della propria comunità. Chi non sa sillabare l’alfabeto emotivo non ha gli strumenti per affrontare il conflitto, figurarsi il conflitto sociale, e il conflitto è una delle basi della relazione. E alla relazione con la diversità non possiamo rinunciare perché è uno dei paradigmi del nostro tempo. Su tutto questo può incidere la politica culturale: una cultura a servizio della collettività attraverso un agire politico. (…) Mettere in contatto cuore (simbolo), mente (analisi) e comportamento (azione) potrebbe significare dare vita a politiche culturali che abbiano la forza di trovare e connettere le forze capaci di innovazione. Diffondere quell’alfabeto emotivo per inventare un nuovo linguaggio comune. (…) Il possesso (eresia) dello spazio pubblico Si infranta la propria fatalità e si può far prova della propria vita. [A. Artaud] Il passaggio necessario per far ciò è trasformare il rischio in opportunità attraverso la fiducia, agire per uscire dall’individualismo timoroso attraverso la relazione. Bisogna fare appello al cuore, al simbolo e alla cultura che abita il cambiamento interpretandolo, che agisce il cambiamento attraverso la vita attiva e impegnata. La fiducia è attiva , allarga il concetto di possibile, ridefinisce continuamente – nel suo andare incontro all’altro da sé – la propria identità. Se si pensa all’identità come un macigno o come una reliquia le resistenze al cambiamento - come trasformazione di sé e della comunità - saranno enormi. Se invece si è consapevoli che la costruzione della propria identità – oggi più che mai – è un processo in divenire (e su questo la cultura potrebbe fare di più) ci si immette nel proprio tempo con buona volontà e fiducia. La speranza e la fiducia portano a comportamenti attivi, alla partecipazione e a pensare al proprio tempo in maniera differente. Questi concetti, propri della cultura da sempre, oggi devono essere impiegati nella costruzione della coscienza collettiva, la grande sfida del mondo globalizzato e postindustriale è la diffusione della conoscenza. Su questo si gioca l’economia della conoscenza, la nuova economia. Diffusione della conoscenza in senso politico, di bene collettivo, di sviluppo della comunità significa diffondere la consapevolezza che concetti come la fiducia, la cura del sé, il riconoscimento del proprio valore (o daimòn per continuare con gli antichi greci), il desiderio di trasformazione e persino parole un po’ desuete come sogno e utopia sono fondamentali per avvicinare le persone. Soprattutto per ricongiungere le giovani generazioni e gli innovatori (senza connotazioni anagrafiche) alle sorti della collettività, per avvicinare questo modo di fare cultura alla ritrovata politica trasformatrice. (…) Dobbiamo assumere e condividere la missione creativa del cambiamento riappropriandoci dello spazio pubblico collettivo (aireomai = afferro, prendo) ribellandoci alla rassegnazione e al fatalismo, per andare oltre la crisi. Lavoro&generazioni A partire dai risultati della ricerca “Efficacia ed impatto del CRPC sui percorsi professionali degli ex partecipanti”, portata avanti dall’Associazione Alumni Fitzcarraldo, ci si è voluti interrogare su alcune questioni-chiave (…) domande aperte sulle prospettive delle nuove professioni culturali e sulle loro effettive possibilità di innovare il settore. Sono quesiti che nascono da un disagio condiviso, pur nella diversità delle esperienze dei soci, e che si dimostrano urgenti in parte per i significativi cambiamenti del momento presente - che condizionano le professioni legate al mondo della cultura – in parte per lo scollamento avvertito tra formazione e mercato. (…) A fronte di un sistema chiuso, caratterizzato da equilibri precari, un sistema debole, largamente dipendente dal settore pubblico e quindi ancora più stretto nelle maglie di rigidità burocratiche, un giovane specializzato, con forti aspettative personali, magari anche portatore di innovazione e strumenti nuovi, come viene visto? (…) Il momento di transizione socio-culturale incide sul processo generando delle forze di reazione. Spinta all’innovazione, ricerca di nuovi modelli di sviluppo, investimenti su sostenibilità e nuovi paradigmi di crescita confliggono con una reazione di chiusura, di protezionismo, di resistenza. La cultura dovrebbe essere portatrice di istanze di svecchiamento, di sperimentazioni organizzative e gestionali, capaci di contaminare anche gli altri settori. Sembra invece che, a fronte di una crisi - che non è solo economica -, anche il mondo culturale si chiuda in se stesso e nel già esistente uscendo fuori dai circuiti della contemporaneità globale. L’Italia è indietro, non riesce a proporre modelli di sviluppo culturale nuovi, non si apre a sperimentazioni, il pubblico taglia fondi alla cultura e il privato – già in crisi – preferisce investire in formule di successo. (…) In “Materiali per la cultura” Atti del convegno internazionale “Management culturale e formazione: bilanci e prospettive” a cura di Ugo Bacchella e Ivana Bosso, Torino, 22-23 settembre 2006, pubblicato da Regione Piemonte, Fondazione Fitzcarraldo e Centro Studi Piemontesi, Torino 2007, pp. 72-76. Abstract Esistono davvero i giovani intesi come corpo sociale? O non sono forse atomi disgregati impossibilitati a riconoscersi e farsi riconoscere per mancanza di tempo? Forse presi fra mille progetti a breve termine coloro che dovrebbero essere portatori d’innovazione non hanno consapevolezza di essere tessuto socio-culturale e nemmeno la forza di “scontrarsi” con le istituzioni. Possono le mille realtà ad alta capacità di innovazione cominciare un dialogo costruttivo per riconnettersi con una visione d’insieme e a lungo termine? O continueranno a tentare di risolvere individualmente rischi e contraddizioni prodotti a livello sociale? Probabilmente allora la precondizione per un nuovo rapporto con le istituzioni all’insegna del rinnovamento è la lettura dell’esistente nella sua complessità, proposta però come “patto intra-generazionale” capace di diventare meccanismo positivo non solo per cominciare a delimitare le zone grigie del lavoro culturale ma anche per connettere reti di relazione portatrici di fiducia, di coraggio (anche nel darsi delle regole), di riferimenti valoriali e buone prassi. All’insegna della rivoluzione più adatta ai nostri tempi: trasformare lo scontro in una relazione di fiducia. In “Management culturale e formazione”, convegno internazionale, II Edizione, a cura di Fondazione Fitzcarraldo, Accademia Albertina, Torino, 21-22 settembre 2007 (in corso di pubblicazione). Il Partito democratico (discorsi
e contributi) Intervento per il primo appuntamento “Forum per la costituente del Partito Democratico”, Palazzo Cutò, Monreale, 3 luglio 2006 (…) È ormai diffusa la consapevolezza che il sistema partitico ha bisogno di un grande rinnovamento per poter stare al passo con i più grossi cambiamenti culturali, sociali ed economici. Alcune delle accuse all’attuale modello elitistico competitivo derivano dalla constatazione che questi non riesce né a generare - né tantomeno a difendere - l’innovazione e l’ampliamento della partecipazione.(…) Da un lato si assiste alla diffusione della sfiducia avvertita verso la rappresentanza partitica e istituzionale, alla rassegnazione al non essere ascoltati, e soprattutto all’identificazione della politica con il malaffare. Movimenti di pensiero che portano le persone a conformarsi ad una cultura politica negativa che si va sempre più radicando nel nostro Paese e in Sicilia in particolar modo. L’allargamento della cultura politica negativa può generare conseguenze gravi per la società, si tenga conto - per esempio - della diffusione capillare di alcuni particolari atteggiamenti, quali: - l’ignoranza razionale, ovvero sia ciò che porta i cittadini a non informarsi dei fatti politici perché motivati dalla sicurezza che i benefici da essa portati non possano superarne i costi - il rifiuto a coinvolgersi nei fatti politici, dato dalla certezza di non potervi incidere - la mancanza di voice, l’assenza di “quell’indignazione” costruttiva che davanti ad alcuni fatti, anche recenti, di cronaca avrebbe dovuto - prima che potuto - fare la differenza trasformandosi nel controllo che in qualsiasi sistema democratico i cittadini hanno il diritto e il dovere di fare sulle proprie istituzioni. Tali atteggiamenti ripercuotendosi sulla sfera politica, sui bisogni delle persone rimodellano il rapporto con le istituzioni, con i partiti e con la politica in generale e ancora, insinuandosi nel rapporto fra società civile e partiti, portano a quello scollamento che oggi è avvertito come “crisi dei partiti”. (…) Un sistema di rappresentanza che non è capace di veicolare informazioni sui propri processi interni, sui propri meccanismi di rappresentanza, o su adeguati processi di verifica ha bisogno di rinnovarsi.(…) Un determinato tipo di meccanismi, una prassi di tal genere rischia di portare alla sfiducia, ad un costume orientato al “lasciar fare” che non costruisce niente e che anzi disgrega: il consenso, la responsabilità, le relazioni sociali e la cultura della partecipazione. La situazione fin qui descritta, su cui oggi si costituisce il dibattito, determina due opposte tendenze: da un lato la discussione pubblica è frammentata e divisa, non si aggregano più le “masse” ai comizi e nelle piazze e i tesseramenti ai partiti sono in diminuzione da molto tempo; dall’altra parte - però - emergono esigenze di partecipazione nuove. Sono aspettative che, al momento presente, non possono più essere deluse, bisogni che non possono rimanere insoddisfatti, domande - latenti e più esplicite - che vanno nella direzione di un auspicato cambiamento dell’organizzazione politica e che se non accolte, ascoltate e coagulate intorno ad un soggetto pronto a raccoglierle andranno ad incrementare la sfiducia, il disamore che già tanta parte fa nei processi politici italiani. Il futuro PD dovrà saper ascoltare la domanda esplicita e imparare a suscitare quella latente. Un discorso più approfondito meriterebbe la situazione della Sicilia che si pone – da sempre – come ribalta nell’esasperazione di alcune delle schizofrenie del sistema. L’Isola è contemporaneamente teatro di una cultura politica negativa che genera disinteresse o modi bassi di tessere relazioni politiche e di coagulare consenso (il clientelismo per esempio) dall’altre parte è, anch’essa, luogo di sperimentazione di nuove domande di partecipazione testimoniato dal successo delle Primarie e dei Cantieri della Borsellino o il recente risultato referendario del 25 giugno. Dunque appare necessario prendere coscienza della complessità del reale e accettare che ci sono dei problemi nuovi e urgenti che vanno risolti in maniera nuova. Bisogna cercare di arginare il pericolo della diffusione di una cultura politica negativa che rischia di compromettere soprattutto il nostro futuro, visto che ha facile presa fra i giovani. Le nuove generazioni in bilico fra disinteresse e volontà di partecipazione, le stesse che da un lato non hanno mai vissuto momenti di fermento politico, di entusiasmi collettivi né sono state educate alla partecipazione o coinvolte nei processi decisionali; le stesse che, oggi più che mai, avrebbero bisogno di far sentire la loro voce, oggi che siamo fuori dalla politica, dal mondo del lavoro, dall’università, oggi che siamo fuori dal sistema Italia sempre più chiuso in logiche gerontocratiche e baronali. (…) Uno dei valori intorno a cui si articolerà la discussione sul Partito Democratico è proprio quello della partecipazione. Costruire un nuovo modello di partecipazione democratica e una nuova visione, una strategia politica cui poter fare riferimento nel medio lungo termine è la necessità da cui cominciare per poter rinnovare il sistema partitico italiano. La questione della partecipazione va affrontata su due terreni: quello della società civile, quello delle persone per intenderci, delle associazioni, degli amministratori, di tutti coloro che vorranno coinvolgersi nel progetto condividendone i valori e gli strumenti; e quello dei partiti politici. L’uno e l’altro ambito dovranno muoversi e aderire al progetto con slancio e coraggio, ritrovando gli uni e gli altri la fiducia nel futuro e la capacità di progettare e rischiare, investire e investirsi di nuove responsabilità. Il concetto di responsabilità va declinato in maniera nuova, e contrapposto alla cultura del “lasciar fare” che tanta parte ha avuto nell’atteggiamento della società e nella delega di responsabilità cui abbiamo assistito in alcune tristi prassi politiche degli ultimi anni. Bisogna dunque suscitare nelle persone l’entusiasmo capace di operare il passaggio dalla cultura della delega alla cultura dell’impegno politico. Alcune prassi deliberative e ipotesi per il futuro Per fare ciò dunque, il movimento non può che essere duplice: dalla società civile verso la politica e viceversa - occorre un grande sforzo progettuale da parte di entrambe - verso una relazione che posta nell’ottica della responsabilità (verso gli altri e verso il Paese) deve diventare ascolto e impegno a tirar fuori il meglio dagli altri. Non è facile ma è la via più sicura per garantire a tutti gli attori che si vorranno coinvolgere nel processo una partecipazione effettiva, costruttiva, una cooperazione che nell’ascolto e nella valorizzazione dei talenti, delle professionalità, della creatività e nella idealità delle persone (politici e non) potrà trovare il cemento per edificare la casa democratica e riformista delle sinistre. L’ascolto dei bisogni reali della società civile è il primo passo verso il coinvolgimento della stessa e quindi verso la partecipazione. Viviamo nell’epoca dell’accesso all’informazione e dell’economia della conoscenza, l’osservazione di alcuni dei fenomeni culturali contemporanei più eclatanti di aggregazione può dar conto di alcuni strumenti per farlo. Soprattutto per le politiche pubbliche e per le politiche pubbliche culturali, per esempio, ultimamente la consapevolezza di dover produrre processi decisionali che fossero inclusivi e partecipativi e la constatazione di come e quanto i cittadini e la società si fossero allontanati dalla sfera politica ha dato luogo a diversi esperimenti. Se ne riportano alcuni: - I sondaggi deliberativi di Fishkin - Le Arene deliberative - I forum o focus group (anche virtuali) - Le Cellule di pianificazione (Germania) - Le Giurie di cittadini (USA) - La Progettazione partecipata (Italia) - La redazione dei Piani Strategici di alcune città. Sono tutti tentativi veicolanti la stessa idea di fondo, il fatto che problemi nuovi, l’asimmetria delle informazioni e dei saperi, l’incertezza diffusa e il bisogno – spesso – di legittimare e rafforzare determinate scelte portano a riavvicinare il potere politico all’opinione pubblica, a ricucire il legame fra le persone e la politica. Democrazia deliberativa, si diceva, nel senso di dibattimento, di confronto dopo esser stati informati, è il concetto su cui si basano i “sondaggi deliberativi” dove, per tentare di colmare le distanze con i sempre più lontani processi decisionali si creano, per alcuni, le condizioni per una scelta consapevole, ottenendo la crescita del capitale sociale. Tutti gli esperimenti sopra citati si avvalgono delle nuove tecnologie, di internet, sono stati appoggiati e trasmessi (in Inghilterra per esempio) dalla televisione di pubblico servizio, e alcuni di questi potrebbero, con le dovute cautele e la necessaria strutturazione all’interno di una strategia dai tempi e dai modi ben definiti, essere utili al dibattito in corso sulla costituzione del PD. Non rappresentano un’alternativa all’attuale sistema, ma esperienze di politiche innovative inserite comunque all’interno di sistemi partitici e dell’attuale modello di democrazia rappresentativa. Sono tentativi per colmare, attraverso l’uso di nuovi metodi, alcuni dei divari più problematici del nostro tempo: l’asimmetria delle informazioni, la carenza di capitale sociale. La massima attenzione, in questo tipo di processi, va investita nella scelta degli stakeholders, nella scelta di tutti coloro, cioè, che sono coinvolti in un modo o nell’altro nei processi decisionali. Tornando alla formazione dei forum per la costituzione del PD si potrebbero cominciare ad ipotizzare alcuni stakeholders che, a buon diritto, potrebbero essere chiamati a dare il loro contributo all’interno del processo. (…) È doveroso pensare innanzi tutto alle giovani generazioni, il loro coinvolgimento potrebbe essere auspicato dall’uso diretto delle nuove tecnologie nei metodi decisionali. I giovani sentono sempre più la necessità di impegnarsi, di coinvolgersi, ma i loro talenti e le loro competenze non trovano spazi. I nuovi mezzi potrebbero essere in grado di aggregare forze e consenso in maniera nuova, magari intorno a questioni concrete che, di volta in volta, possano creare occasioni di confronto democratico, di deliberazione e quindi di rafforzamento e legittimazione per il PD. Ancora, rispetto al coinvolgimento dei gruppi già costituiti – si pensi alle associazioni della società civile che da anni lavorano in particolari ambiti quali quello del sociale, della lotta alla mafia o al pizzo, della cultura o dell’educazione e la ricerca – ad essi si potrebbe richiedere un impegno diverso, strutturando delle piattaforme di opinione e di ricerca costante su temi di loro interesse, una strutturazione interna al processo ma di “appendice critica”. Con l’opportunità non solo di guadagnare un radicamento sul territorio di cui in troppi ambiti si lamenta la mancanza (si pensi solo ad alcune scelte politiche assolutamente non adeguate ai territori su cui ricadono), ma anche di costituire dei gruppi di saperi e di competenze che possano anche maturare all’interno del futuro PD, quelle forze in grado di dare il loro preciso e valido contributo alla costruzione di una via democratica di fatti concreti. Per quanto riguarda i politici e i partiti sarà necessario uno stretto confronto. Se la ferma volontà di contribuirvi responsabilmente appare prerequisito necessario, la necessità di uscire dalla crisi in cui si trovano ad oggi sembra essere una spinta ancor più realistica e forte. Ma certo non basta, una volta entrati nel processo, lo sforzo dovrebbe essere quello di trasmettere informazioni, competenze, prassi e consapevolezze della vita politica a nuove persone, per la formazione di nuovi quadri. Le giovani generazioni non solo sono da troppo assenti dalla scena politica italiana ma anche dagli obiettivi stessi della classe politica; è il motivo per cui oggi si pone come assolutamente necessario un ricambio della classe dirigente che sia il frutto di un percorso definito e studiato, che possa cioè mettere in grado i giovani e le giovani donne, nel rispetto delle loro specificità e autonomie, di poter contribuire alla vita politica trasmettendo loro gli strumenti per farlo. Siamo davanti ad un processo lungo, ma cominciare a strutturare una visione concreta e di lungo termine, di quello che potrebbe diventare il PD e del tipo di percorso da tracciare per arrivarvi è necessario. (…) Intervento per il convegno Essere con l’ altro, oltre la crisi della politica. I Cattolici Democratici ed il Partito Democratico, Sabato 26 Maggio 2007, Biblioteca Comunale “L. Scarabelli”, Caltanissetta Un anno fa mi sono trovata a parlare di percorsi di partecipazione per il PD, era una situazione difficile e le incertezze sulla costituzione effettiva del nuovo partito erano tante, oggi, facendo il paragone fra il clima di un anno fa e quello di adesso vengono fuori due dati significativi: 1 la diffusione della consapevolezza della crisi e della sfiducia da parte dei cittadini verso la politica e delle istituzioni è decisamente più critica, 2 il PD ha iniziato il suo cammino. Le due cose vanno lette insieme e analizzate, il momento è estremamente delicato perché c’è il rischio che l’ondata di antipolitica possa in qualche modo incidere sulla percezione delle idee del PD, sui valori che un’operazione di questo genere porta con sé riducendo la possibilità di un autentico cambiamento della cultura politica ad un “rimedio” alle cattive prassi del sistema politico attuale. Dunque oggi partendo da questo primo passaggio logico, cercheremo di sottolineare l’importanza di una prospettiva culturale e ideale come mezzo per suscitare la partecipazione al PD e le possibilità di organizzare la partecipazione individuando due aree: i processi decisionali e la formazione dei nuovi quadri. Alla sfiducia “testata” dai recenti sondaggi che i cittadini hanno nei confronti delle istituzioni si contrappone e si può contrapporre la fiducia dei democratici attraverso il dialogo che però va cercato e ricostruito. La sfiducia Per poter realisticamente parlare di partecipazione dei cittadini alle scelte politiche non si può prima non chiedersi cosa oggi la impedisce, come Essere con l’altro, oltre la crisi della politica? Non si può non chiedersi come la crisi in atto incida questa su qualsiasi ipotesi di cambiamento del rapporto fra i cittadini e la politica. Un progetto che vuole portare avanti un nuovo modo politico, un cambiamento della partecipazione politica deve chiedersi con quale linguaggio parlare al cuore della gente. Oggi sono parole come sfiducia, degenerazione, distanza, disgregazione che più di ogni altre rischiano di ben descrivere il nostro sistema. Sistema e non politica perché limitarsi a scaricare totalmente le responsabilità sul sistema politico, che pure ne ha di grosse e intollerabili, rischierebbe di risolvere il problema a metà. Le cattive prassi e gli abusi riguardano tutti i sistemi di potere in Italia: potere istituzionale e rappresentativo, il potere accademico, quello sanitario, il potere amministrativo, quello giudiziario e di controllo, il potere economico, di regolamentazione del credito, persino il potere dell’informazione e della comunicazione, nessun sistema di potere è esente da quella crisi che oggi viene – finalmente direi – percepita come una minaccia per il futuro del nostro paese. (…) Una recente inchiesta ha testimoniato come due italiani su tre non abbiano fiducia nelle istituzioni (rif) il libro La casta edito da Rizzoli sui costi della politica è diventato un caso sociale per il numero di copie vendute, e leggerlo non può, non deve lasciare indifferenti. Il pericolo non è rischiare solo una nuova ondata di antipolitica, il pericolo è la reazione al cambiamento (ancor più forte di quella che già c’è) da parte delle oligarchie/caste di potere, il pericolo è per il Pd, la fretta, il rimedio veloce, la volontà – prima di tutto- di dimostrare da che parte stanno i cattivi. Dobbiamo vigilare attentamente, e mi riferisco a tutti coloro che hanno a cuore la nascita e la crescita sana di un nuovo modo di fare politica, non cedere di un millimetro alla tentazione di farsi sopraffare dalle dinamiche del fare. Tenendo costantemente gli occhi su quelle che sono le cause della crisi: la crisi del sistema è una crisi culturale. I costi della politica sono una conseguenza, le degenerazioni dei sistemi di potere sono conseguenze, bisogna fare attenzione a non scambiare le cause del problema con le sue conseguenze. Non significa non cercare strumenti che possano arginare le situazioni disastrose che sono sotto gli occhi di tutti e che fiaccano la fiducia dei cittadini ma bisogna contestualmente scendere più giù, affrontare la crisi alla radice. Il tipo di ragionamento fatto porta direttamente al tema specifico della partecipazione. Come pensiamo le strutture o i modelli di partecipazione del PD? Se il nostro obiettivo è rinnovare la cultura politica, combattere la cultura politica negativa diffusa agiremo in un modo. Se al contrario li pensiamo solo come rimedio alla disaffezione dei cittadini alla politica è probabile che nel lungo periodo sarà difficile riscontrarne i benefici. Con L’allargamento della cultura politica negativa si è assistito alla diffusione capillare di atteggiamenti, come l’ignoranza razionale, ovvero sia ciò che porta i cittadini a non informarsi; il rifiuto a coinvolgersi nei fatti politici; la mancanza di voice, l’assenza di “quell’indignazione” costruttiva che davanti ad alcuni fatti, anche recenti, di cronaca avrebbe dovuto - prima che potuto - fare la differenza trasformandosi nel controllo che in qualsiasi sistema democratico i cittadini hanno il diritto e il dovere di fare sulle proprie istituzioni. Alcune delle conseguenze di questi atteggiamenti sono questioni già sollevate dalla prima bozza di manifesto nazionale che ben si esprime a riguardo parlando di: - senso civico inaridito - legalità umiliata - classe dirigente invecchiata - giovani esclusi dai loro diritti - democrazia prigioniera - partiti in difficoltà, che faticano a trovare partecipazione e credibilità Altre conseguenze piuttosto gravi le abbiamo vissute durante le scorse Elezioni amministrative. Prendiamo quelle del Comune di Palermo: c’erano 4500 candidati circa. Vuole dire che i cittadini mossi da un rinnovato interesse per la politica decidono di scendere in campo. Siamo ormai esperti di cosa voglia dire “scendere in campo” e non è per amore della politica, né per il bene comune che lo si fa ultimamente. La politica oggi è vissuta da molti come unico luogo dove si possono fare i propri interessi a discapito degli interessi altrui. I pacchi di pasta, le catene di clientele che iniziano con i maxi incarichi e finiscono con metà banconota da cinquanta euro, sono diventati l’estrema conferma di un luogo dove contano solo i miei interessi e l’Altro è unicamente un mezzo per raggiungerli. È l’esplosione della democrazia rappresentativa dove ognuno rappresenta solo se stesso. L’unica alternativa a tutto questo è fare vedere, dimostrare che c’è un’alternativa più conveniente. Bisogna lavorare facendo piccoli passi, tessendo una reale proposta positiva sulle grandi questioni e mettere in atto un sistema di buone regole e buone prassi per allargare i polmoni e le speranze del paese. Riportare alla luce l’ethos politico, la cultura del servizio, la cultura del bene comune significa dimostrare che convengono, perché è la strada migliore per crescere, per competere, per lavorare, per inserirsi nel sistema e concretamente partecipare del suo sviluppo. E queste cose non basta dirle, vanno comunicate efficacemente e dimostrate. E non è un compito da poco. La fiducia, il manifesto, identità Noi i democratici amiamo l’Italia/ Noi, i democratici abbiamo fiducia nell’Italia. Che effetto fanno queste parole? Su questa frase si gioca la partecipazione, perché è con questa frase che l’impegno e la partecipazione reale si misurano. Si tratta di cambiare mentalità, cambiare cultura, si tratta di alzare la testa e guardare oltre quello che ci circonda, chiedersi come l’Irlanda ha fatto a crescere così in fretta e dirsi perché noi no? È quello che bisogna dire alla gente. Ripartire dai valori fondamentali, ripartire dal senso di appartenenza a quei valori che sono di tutti e devono essere di tutti. La condivisione, la discussione del manifesto può essere un primo livello di comunicazione, aggregare gruppi omogenei per interessi e cultura e sollevare con essi alcune questioni relative al manifesto potrebbe cominciare a far venire fuori energie, diffidenze, capacità e risorse da canalizzare all’interno dei progetti del PD. Parlando di chi siamo con altri si rafforza la nostra identità e si aprono strade di confronto e di crescita interessanti. Iniziare con sessioni aperte di lettura condivisa del manifesto, di interlocuzione sul manifesto, sui valori scritti sul manifesto, con parole nuove, comunicando cosa vuol dire avere fiducia nell’Italia potrebbe essere un gesto significativo di richiesta di ascolto e dimostrazione di volontà di ascolto. L’ascolto dei bisogni reali della società civile è il primo passo verso il coinvolgimento della stessa e quindi verso la partecipazione. Le sessioni potrebbero essere organizzate dalle strutture del Pd (ds+dl+società civile) e potrebbe essere un primo compito del Comitato Promotore. Risponderebbe ad un livello di comunicazione pre-partecipazione in cui si chiariscono i termini del confronto. Ma sarebbe anche una buona esperienza di conoscenza reciproca, e sia “noi, i democratici” sia la così detta “società civile” potrebbero reciprocamente guadagnare un volto e un’identità. Occorre un grande sforzo progettuale da parte di entrambe - verso una relazione che posta nell’ottica della responsabilità (verso gli altri e verso il Paese) deve diventare ascolto e impegno a tirar fuori il meglio dagli altri. È parlando di cultura politica nuova con le persone, dimostrando la volontà di cambiare le cose, cominciandolo a fare facendo cose nuove, che si costruisce un nuovo partito. Andare nelle cento città di Sicilia da coloro che vogliono cambiare con coloro che vogliono cambiare. Questa prima esperienza di sessioni di lavoro aperte potrebbero con il tempo essere mantenute e ridefinite secondo obiettivi specifici. In questo caso si tratta di introdurre i temi, i contenuti su cui lavorerà il PD, in seguito si potrà trattare di ricerche, redazioni di parti di programma o decisioni strategiche. In realtà, oggi, la consapevolezza di dover produrre processi decisionali che fossero inclusivi e partecipativi e la constatazione di come e quanto i cittadini e la società si fossero allontanati dalla sfera politica hanno già dato luogo a diversi esperimenti (…) di democrazia deliberativa, nel senso di dibattimento, di confronto dopo esser stati informati, (…) per tentare di colmare le distanze con i sempre più lontani processi decisionali si creano, per alcuni, le condizioni per una scelta consapevole, ottenendo la crescita del capitale sociale. Tutti gli esperimenti sopra citati si avvalgono delle nuove tecnologie. (…) La partecipazione interna al PD (…) Bisogna chiaramente indicare le strade della partecipazione e dare le garanzie di partecipazione effettiva alla gente che si vorrà avvicinare al nuovo partito, una cooperazione che nell’ascolto e nella valorizzazione dei talenti, delle professionalità, della creatività e nella idealità delle persone (politici e non) potrà trovare il cemento per edificare la casa democratica e riformista delle sinistre. Questo vuol dire due cose molto importanti, la prima è che bisogna dare la massima attenzione alle persone (all’Altro) cercando di mettere tutti nelle condizioni migliori per poter esprimere le loro peculiarità. Una struttura capace di declinare l’impegno possibile in diverse forme e ruoli, capace di attivare dei percorsi di partecipazione alle decisioni su obiettivi attraverso la democrazia deliberativa o le nuove tecnologie e percorsi significativi di formazione interna, di tutoraggio, di accompagnamento per far sì che i talenti diventino la nuova classe dirigente. I giovani sentono sempre più la necessità di impegnarsi, di coinvolgersi, ma i loro talenti e le loro competenze non trovano spazi, pertanto una volta entrati nel processo, lo sforzo dovrebbe essere quello di trasmettergli informazioni, competenze, prassi e consapevolezze della vita politica,con l’obiettivo della formazione dei nuovi quadri. Le giovani generazioni non solo sono da troppo assenti dalla scena politica italiana ma anche dagli obiettivi stessi della classe politica; è il motivo per cui oggi si pone come assolutamente necessario un ricambio della classe dirigente che sia il frutto di un percorso definito e studiato. L’avvio di una scuola di formazione interna dovrebbe essere concretizzato al più presto, una scuola dove si parla dei valori e degli strumenti di lavoro del PD che possa cioè mettere in grado i giovani e le giovani donne, nel rispetto delle loro specificità e autonomie, di poter contribuire alla vita politica trasmettendo loro gli strumenti per farlo. Essere con l’Altro è: quando l’Altro riconquista la maiuscola che gli appartiene, quando il confronto diventa effettivo e la condivisione di valori tale da edificare solidamente la casa di tutti con il cemento dell’entusiasmo per una politica del servizio. Ho contribuito alla redazione della Bozza per il Manifesto del Partito Democratico in Sicilia, presentato durante la “Prima manifestazione regionale per il Partito Democratico”, Palermo, 15 settembre 2007
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Arte e cultura
I disegni del Codice Resta è il titolo dell’interessante e ricco catalogo pubblicato in occasione della mostra “Libro d’arabeschi. Disegni ritrovati di un collezionista del Seicento” appena conclusasi a Palermo, presso la Civica Galleria d’Arte moderna. La mostra prende il titolo dal volume di 242 pagine ritrovato circa dieci anni fa fra i manoscritti, nei fondi della Biblioteca Comunale di Palermo. Il libro è strato recuperato integro così come padre Sebastiano Resta l’aveva composto nel 1689, allegandovi 292 disegni e 15 stampe, per esaudire la richiesta dell’amico confratello palermitano padre Giuseppe Del Voglia. (…) “Nuova Informazione Bibliografica”, edizioni Il Mulino, Bologna, anno IV n°2/2007, pp. 333-336. Dopo la mostra del 2006 presso la Fondation de l’Hermitage di Losanna, è il Museo d’arte Moderna di Lugano ad ospitare una grande retrospettiva dedicata al lavoro di Georg Baselitz. Lo sguardo sull’artista è completo e organizzato, passa in rassegna i momenti principali e i “metodi” più significativi che hanno formato l’opera di Baselitz dal 1960 fino ai Remix, i lavori più recenti. Metodo è il termine usato dallo stesso artista per descrivere fasi tecniche e stilistiche della sua arte ed è così, seguendo echi e allusioni, i vari passaggi pittorici e concettuali, che il curatore Rainer Michael Mason restituisce, con un corpus di più di cento lavori, il profilo delle differenti scritture del pittore tedesco.(…) “Nuova Informazione Bibliografica”, edizioni Il Mulino, Bologna, anno IV n°3/2007, pp. 554-556. L’arte non riproduce il visibile, ma rende visibile [Paul Klee] La Fondazione Mazzotta ha recentemente dedicato un’importante mostra ad un grande artista del Novecento: Paul Klee. Il titolo non deve trarre in inganno, nonostante faccia preciso riferimento ad uno degli aspetti dell’arte di Klee non delimita il campo d’indagine, anzi. Teatro magico non è una semplice mostra tematica, non si limita a guardare i lavori dell’artista che hanno a che fare con l’aspetto teatrale o musicale. Piuttosto attraverso essi - e i felici saggi che li accompagnano - la mostra riesce a riempire il campo visivo dell’intera produzione del maestro svizzero, riconducendo le influenze, i raccordi e i ricongiungimenti tra le arti alla personalità artistica e tessendo ogni filo, ogni tema, raccoglie e compone insieme alcuni dei lati più interessanti e pervasivi dell’intera produzione. Gli stessi che hanno fatto di Klee un artista unico, dentro il proprio tempo e dentro le avanguardie più significative della propria epoca ma, contemporaneamente, una personalità artistica fuori dal coro. (…) Nuova informazione Bibliografica - In corso di pubblicazione Il Mulino, Bologna. foto “Note Biografiche e Bibliografia”, Catalogo della mostra a cura di Sergio Troisi, Ente mostra di pittura contemporanea Città di Marsala, 8 luglio - 30 ottobre 2006, Sellerio Editore, Palermo 2006, pp. 117-140.
AbstractUn’indagine storico-critica sul processo che portò a Palermo la nascita e la successiva affermazione dei meccanismi espositivi dell’arte contemporanea, attraverso la ricognizione sia all’interno del settore pubblico che del privato lungo il corso del XX secolo. Una raccolta di testimonianze e documenti inediti che ricuce fatti e motivazioni storiche dai primi esempi di promozione artistica (il Circolo Artistico 1882), fino ad arrivare all’affermazione del mercato moderno (Galleria La Robinia 1965). Il libro, nato da interrogativi sulla funzionalità e sulle ragioni del ritardo nel tessuto organizzativo cittadino, ripercorre con sguardo critico alcuni momenti ritenuti preziosi per la comprensione del fenomeno trattato sui quali ci si sofferma nel tentativo di mettere in luce sintomi che il tempo non ha del tutto curato: il ruolo discutibile delle istituzioni pubbliche, in bilico fra i grossi eventi e il mercato, lo scollamento fra politiche pubbliche e realtà territoriale, la debolezza delle gallerie private. Una prima panoramica che si spera possa consentire di indagare meglio e con più competenza le motivazioni e le conseguenze che i nodi individuati hanno avuto e continuano ad avere, sul tessuto artistico della città. Gruppo Editoriale Kalòs, Palermo, aprile 2006. ![]() Paesaggi (per Quasimodo) 24 novembre 2001 - 26 gennaio 2002 Finocchiaro & Zanghi 28 settembre - 19 ottobre 2002 ![]() Uno sguardo sul ‘900 26 ottobre - 8 dicembre 2002 ![]() Giovanni La Cognata 8 marzo - 10 maggio 2003 ![]() Jungla d’asfalto 6 marzo - 3 aprile 2004 ![]() Di là dal faro 6 novembre - 23 dicembre 2004
NPP
Non Pensiamoci Più22 maggio - 25 giugno 14 - 29 ottobre 2005 ![]() Piero Guccione. Intorno all’orizzonte 25 novembre - 23 dicembre 2006 2005 - Eccoci qua - 5 Dicembre - Lonely Planet giardini - 27 Dicembre - Il film di Natale? Broken Flowers, Jim Jarmusch!!! - 30 Dicembre 2006 - Alma Mahler: l’ultima femme fatale - 13 Gennaio - Suggestioni di ricordi lontani: Il potere delle cose - 4 Febbraio - Musikanten - 8 Febbraio - La stasi del movimento - 20 Febbraio - La Sicilia di carta - 1 Marzo - Sarnari in mostra e oggi all’Agricantus - 8 Marzo - Cronache di liberty #1 - 13 Marzo - Il caimano, una brutta bestia - 4 Aprile - Da Oriente e da Occidente - 7 Aprile - La terra vista dal cielo atterra a piazza Politeama - 12 Aprile - Due parole con: Alessandro Di Giugno - 3 Maggio - Cronache di liberty #2 - 16 Maggio - Weltanschauung - 3 Luglio - Mario Bardi. Opere 1975 - 1998 - 17 Luglio - Passeggiando tra i Qanat - 22 Luglio - Gorgoglia la notte al giardino di Verdura - 31 Luglio - Eretica - 26 Agosto - Provincia in festa - 1 Settembre - Geografie dell’anima - 6 Ottobre - Nuovomondo - 18 Ottobre - Città e fiere - 15 Novembre 2007 - Piani di fuga - 26 Gennaio - Cronache di liberty #3 - 2 Marzo - Niki per l’8 marzo (in anticipo) - 5 Marzo - Il dialogo fra le civiltà - 14 Maggio - I disegni del Codice Resta di Palermo - 25 Maggio - Rimandato il Genio di Palermo - 18 Giugno - Primarie a Palermo, un successo al di là di ogni aspettativa - 17 Ottobre - “I luoghi della creatività” - 29 Novembre - Emergenza cultura a Palermo - 12 Dicembre 2008 - Un po' di poesia - 22 Giugno n.
1 Gennaio-Aprile 2007[il cambiamento possibile] Le immagini de I Quaderni di Alveare Alessandro Di Giugno
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2 Maggio-Agosto 2007[risorse] Libro d'arabeschi. Disegni ritrovati di un collezionista del Seicento
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3 Settembre-Dicembre 2007[mediterraneo] Le città del Mediterraneo Breviario mediterraneo 2007 - Creatività e Conoscenza: futuri indirizzi o utopie? - 30 Novembre 2008 - Val di Noto: l'itinerario come unione di natura e cultura - 21 Gennaio - Un manifesto per la cultura - 28 Marzo Poi anche ... Politiche sociali: un quadro in mutamento (Capitolo II), Il Terzo settore nella II Circoscrizione: associazioni a confronto (Capitolo IV), Presenze storico-artistiche nel territorio della circoscrizione (Appendice III) nel volume collettaneo a cura di Giovanni Notari, Marginalità narrate, Biblioteca Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe” - Centro Studi Sociali, edizioni Provincia Regionale di Palermo, pp. 43-56, pp. 75-96 e pp. 161-165.
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Abstract





