la cultura in tempo di crisi
By cristina on Maggio 7th, 2009
di quando in quando scoppia una crisi economica, una guerra, una catastrofe.
siamo in crisi ed è la prima crisi dell’era della globalizzazione, alcuni paesi sono più colpiti altri meno. ma tutti in qualche modo hanno risentito del brutto colpo.
nel passato le crisi erano in qualche modo avvertite, elaborate o addirittura presentite dall’arte e dalla cultura. le produzioni artistiche interagivano con la società a tal punto da diventare oracoli dell’imminente caduta. se penso alla crisi degli anni Settanta mi vengono in mente un sacco di cose dalla Pop all’arte concettuale, l’avanguardia intera scagliata contro la società dei consumi e dell’apparenza. produzioni che gridavano un indebolimento dei contenuti e un’esagerata concetrazione sul profitto. e che da un certo punto in poi forse hanno anche segnato un distacco, un andare troppo oltre gli stessi motivi da cui erano scaturite.
andando ancora indietro alla seconda guerra mondiale in Germania gli artisti esponenti di quella che poi Hitler avrebbe definito arte degenerata avevano già dipinto la decadenza e l’orrore di una classe politica totalmente indebolita dal potere e dal denaro. Max Beckmann, Otto Dix, Georg Grosz tanto per fare alcuni nomi.

secondo me oggi in Italia si potrebbe fare di più. il materiale c’è, voglio dire crisi economica ma soprattutto declino di contenuti, di strategie politiche, tanta corruzione. mi chiedo se l’arte o chi lavora nell’arte abbia perso un pò di mordente, forse il coraggio, forse il senso della responsabilità di essere artista, intellettuale o semplicemente di lavorare in un contesto.
l’arte, qualunque arte appartiene ad un luogo e ad un tempo. così come coloro che ci lavorano dentro, sia artisti che organizzatori. non è questione di fare polemiche è questione di ripensare un modo di fare arte che sia connesso all’oggi, ne sia espressione non sterile ma costruttiva.
Ahi, se ci fosse ancora P.P.P. fra noi!
wow c’è un dibattito in Italia!
By cristina on Febbraio 25th, 2009
Baricco scatena polemiche con un articolo sui finanziamenti alla cultura. lui dice: “finanziamo scuola e tv al posto dei teatri e della musica” (in breve) gli risponde il teatro “si, ci sono sprechi, ma non è colpa nostra”.
(wow)
Quando la crisi finanziaria impera, lo Stato sa che la prima cosa da tagliare è la cultura. così nascono riflessioni su Stato e Mercato che fanno venire i brividi, perchè? è chiaro quando si parla o si dibatte di cultura si alzano le barricate e si mantengono le posizioni: interventisti VS neo-liberisti.
insomma, siamo fermi al dibattito iniziato cinquant’anni fa e con molta più profondità e autorevolezza da Adorno e Benjamin. solo che in Italia la discussione spunta solo quando si minaccia una penuria di finanziamenti.
lancio il mio J’accuse (chi se frega tanto non lo legge nessuno): è ora di dirlo siamo furoi tempo massimo. la Cultura è fuori tempo massimo, non riflette sul perchè e per come dovrebbe adeguarsi ai mutamenti dei tempi e in Italia assistiamo imperterriti ad un vecchiume che non ha eguali. non abbiamo politiche per la cultura, non abbiamo un disegno complessivo di dove vorremmo andare e ci limitiamo a terapie d’urgenza per non far soccombere istituzioni vecchie di cent’anni. si può continuare a pianificare il futuro guardando solo attraverso lo specchietto retrovisore?
d’altra parte la situazione del mercato della cultura, del settore ‘produttivo’ è forse messa peggio. una produzione scarsa, poco innovativa, che non sta impiedi nei circuiti internazionali, milioni di micro-imprese e pochi grossi elefanti che sopravvivono nel mercato grazie ai finanziamenti pubblici. dunque generalizzando e semplificando se ci fosse un mercato protremmo riflettere profondamente su differenze e similitudini fra profit e non-profit ma ‘ndo sta sto privato in Italia?
tornando alla polemica innescata da Baricco, se solo fosse l’inizio di un ripensamento generale sulle strategie di produzione e pianificazione culturale! ma francamente non credo proprio…
…il mio cervello non è l’unico
By cristina on Dicembre 1st, 2008
2020, nuova fuga dal Meridione
sembra un titolo di un film di fantascienza e invece è solo l’ennesimo articolo sullo spopolamento del Meridione. il mio cervello ha chiesto asilo politico all’estero ma di cervelli in fuga, in trasferta temporanea, o definitiva ce ne sono tantissimi. e così continuando aumenteranno sempre di più. a fronte di questo tutto tace. le iniziative di protesta si moltiplicano ma dopo poco si volatilizzano in un nulla di fatto. anche perchè il fenomeno ha preso veramente dimensioni di massa.
“Secondo il rapporto Cittalia, pubblicato dalla Fondazione Ricerche dell’Anci (l’associazione dei comuni italiani) entro il 2020 la popolazione residente delle 11 città metropolitane crescerà del 3,2 per cento, ma con dinamiche diverse. Tenderanno a spopolarsi le tre grandi città del Mezzogiorno, Bari, Napoli e Palermo (…), confermando, osservano i ricercatori dell’Anci, l’esistenza di consistenti tendenze migratorie Sud-Nord”.
se si aggiungessero a questi dati anche i dati dell’emigrazione verso gli altri paesi EU i numeri sarebbero molto maggiori. non solo, bisogna anche contare che le stime non possono tenere conto di coloro che non registrano i loro spostamenti, chi non cambia la residenza per esempio.
l’articolo continua elencando mille buoni motivi per lasciare le città meridionali che peccano per esempio, per mancanza di lavoro generale e qualificato, per l’assistenza sociale, per l’assenza di politiche di assistenza alle mamme che devono conciliare lavoro e famiglia. sono le stesse politiche - quindi - che in qualche modo incidono sui tassi di natalità della popolazione che rimane.
“Tutto insomma contribuisce a un ulteriore declino del Sud, e a trasformare sempre più le grandi città del Centro-Nord in poli di attrazione. (…) D’altra parte a favore della scelta di città come Bologna, Firenze, Roma e Milano ci sono anche gli sforzi degli amministratori pubblici per assicurare una adeguata integrazione sociale ai propri abitanti. (…)”.
problemi per il meridione spopolato ma anche per il settentrione che si ritroverà a gestire i flussi d’immigrazione interna e quella esterna che, naturalmente, non solo tenderà ad aumentare ma si differenzierà creando domanda di politiche d’inserimento degli immigrati di seconda e terza generazione, dei nuovi arrivati e dei “nuovi meridionali”.
è incredibile ma se facessero qualcosa per aumentare la qualità della vita al meridione e contemporaneamente si cominciassero ad attrezzare per l’accoglienza al nord non rischieremmo di vedere ancora una volta e sempre di più l’Italia spezzata in due.
con tutto quello che ciò comporta.
(povera patria)
Asilo politico
By cristina on Novembre 28th, 2008
é ufficiale. il mio cervello ha chiesto Asilo Politico.
a breve gli aggiornamenti.









